Recensione su Rotters' Club a cura di Peppe Di Spirito

Review on Rotters’ Club

Rispolverando il mito del Faust con il protagonista che fa un patto con il signore dell’oscurità per arrivare all’immortalità e con i classici temi di amore e morte a fare da filo conduttore, giunge la seconda parte del concept Teummman proposta dai Dark Ages.
Il basso minaccioso che funge da incipit per il brano d’apertura Court è ben presto raggiunto da tastiere classicheggianti, che rendono il tutto ancora più inquietante. Il rullo di batteria introduce l’entrata della chitarra elettrica, che spinge sul metal con forte personalità, mentre i tasti d’avorio continuano a giocare sul versante sinfonico. Si prosegue per oltre nove minuti con cambi di tempo, magnifiche parti solistiche e tanto pathos e migliore biglietto di presentazione non poteva esserci. I Dark Ages dimostrano immediatamente come la base heavy metal viene “trattata” ancora di più rispetto all’esordio e la percentuale delle componenti prog e dark cresce ulteriormente.
Tra brevi bozzetti strumentali di gran gusto (le tastiere di atmosfera di A house divided, quelle ecclesiastiche di Vortex, le note austere del piano in Drift) e lunghe cavalcate che partono magari da sentieri tracciati da Dream Theater e Virgin Steele per spostarsi poi su lidi ancora più progressive, il disco scorre alla grande con impeto, passione e trasmettendo piacevoli sensazioni.
Emblematiche Sea of pain, aperta da chitarra acustica e suoni di flauto e caratterizzata poi da grande drammaticità, con l’intensa interpretazione vocale di Davide Cagnata e i pieni di incroci strumentali, e i quasi tredici minuti finali di Moral, che mostrano la forte personalità della band.
Non certo il classico clone dei Dream Theater, i Dark Ages si confermano, così, gruppo che merita molte attenzioni nell’ambito di un genere che sempre più di rado ci offre boccate d’aria fresca come quelle che sono rappresentata dai due album di questa band, ormai ben più di una semplice promessa.
Forse meno immediato dell’esordio, ma dimostrazione evidente di ulteriore crescita qualitativa grazie ad una maggiore maturità ed affiatamento, Teumman part two segna un bel passo avanti di una band che aveva già suscitato buonissime impressioni e viene quasi naturale domandarci se non è dai tempi degli esordi degli Evil Wings (parliamo del 1994!) che non si sentiva un gruppo prog-metal italiano così convincente…Recensione su Rotters’ Club di Teumman pt2 

Rispolverando il mito del Faust con il protagonista che fa un patto con il signore dell’oscurità per arrivare all’immortalità e con i classici temi di amore e morte a fare da filo conduttore, giunge la seconda parte del concept Teummman proposta dai Dark Ages.
Il basso minaccioso che funge da incipit per il brano d’apertura Court è ben presto raggiunto da tastiere classicheggianti, che rendono il tutto ancora più inquietante. Il rullo di batteria introduce l’entrata della chitarra elettrica, che spinge sul metal con forte personalità, mentre i tasti d’avorio continuano a giocare sul versante sinfonico. Si prosegue per oltre nove minuti con cambi di tempo, magnifiche parti solistiche e tanto pathos e migliore biglietto di presentazione non poteva esserci. I Dark Ages dimostrano immediatamente come la base heavy metal viene “trattata” ancora di più rispetto all’esordio e la percentuale delle componenti prog e dark cresce ulteriormente.
Tra brevi bozzetti strumentali di gran gusto (le tastiere di atmosfera di A house divided, quelle ecclesiastiche di Vortex, le note austere del piano in Drift) e lunghe cavalcate che partono magari da sentieri tracciati da Dream Theater e Virgin Steele per spostarsi poi su lidi ancora più progressive, il disco scorre alla grande con impeto, passione e trasmettendo piacevoli sensazioni.
Emblematiche Sea of pain, aperta da chitarra acustica e suoni di flauto e caratterizzata poi da grande drammaticità, con l’intensa interpretazione vocale di Davide Cagnata e i pieni di incroci strumentali, e i quasi tredici minuti finali di Moral, che mostrano la forte personalità della band.
Non certo il classico clone dei Dream Theater, i Dark Ages si confermano, così, gruppo che merita molte attenzioni nell’ambito di un genere che sempre più di rado ci offre boccate d’aria fresca come quelle che sono rappresentata dai due album di questa band, ormai ben più di una semplice promessa.
Forse meno immediato dell’esordio, ma dimostrazione evidente di ulteriore crescita qualitativa grazie ad una maggiore maturità ed affiatamento, Teumman part two segna un bel passo avanti di una band che aveva già suscitato buonissime impressioni e viene quasi naturale domandarci se non è dai tempi degli esordi degli Evil Wings (parliamo del 1994!) che non si sentiva un gruppo prog-metal italiano così convincente…

Peppe Di Spirito