Recensione MetalHead.it

MetalHead.it Review by Luca Zakk

(Defox Records/Heart Of Steel Records) A volte credo sia strano cercare alcune direzioni, determinate strade, certe ispirazioni laggiù, verso l’orizzonte, lontano. Specialmente quando le direzioni, le strade, i sentieri che cerco sono sotto casa, forse dietro casa, maledettamente e assurdamente vicini. Di questi cinque formidabili musicisti ho incontrato la tastierista: ricordo arrivò alle nostre spalle, senza un rumore, senza un respiro e la persona che poi ci ha presentato, con una espressione enigmatica in volto, percepì un alone di oscurità, di ombra. Un’ombra che successivamente mi ha portato ad immergermi in questo sublime capolavoro artistico, il quale mi invita a conoscere -con imperdonabile ritardo- questa opera musicale composta da due capitoli, da due atti, entrambi ricchi di energia, tecnica, poesia, teatralità estremamente coinvolgente. Si tratta di un concept album (io adoro i concept!) ambientato in una antica Mesopotamia, dove guerra e sangue, amore e odio, giustizia e vendetta, demoni e dei convergono in un unico racconto, pieno di messaggi, pieno di sentimenti, ricco di bivi e decisioni maledettamente umane, così universalmente insignificanti, ma così … umanamente determinanti ed irreversibili. Ma non sono le vie della Mesopotamia le direzioni e le strade lontane: vedete, l’ascoltatore cerca emozione, divagazioni prog, strumenti amati prima che suonati, strutture complesse, storie annegate dentro perversi twist di concept album complessi… e solitamente si lascia andare verso nomi supremi come Avantasia o Ayreon. Qualche progetto di Tolkki. Dream Theater. Trans-Siberian Orchestra. Tutti grandi, tutti, immensi… tutti lontani. Lontanissimi. Sono i Dark Ages ad essere vicini, ad essere Italiani! Sono la band fuori dall’uscio che varchiamo in ogni decadente giorno della nostra vita. Sono qui fori. Forse li incrociamo ogni giorno. O semplicemente li incontriamo ad eventi pubblici, in maniera totalmente casuale… e ce ne accorgiamo forse solo per quell’alone dark, per quella profonda ricchezza filosofica che viene sapientemente riversata in una opera come questi due album, come questa ora e quaranta di musica. Tecnica sublime. Ricchezza musicale intensa. Arrangiamenti intelligenti. Ogni singolo strumento suonato con maestria e calore: basso senza limiti. Tastiere e piano forti che catturano la mente. Chitarre poderose, virtuose, fantasiose. Drumming costellato da piccolissimi dettagli che innalzano la struttura della canzone, dei cambi, delle progressioni a livelli sublimi. Ed infine un vocalist poderoso, con un timbro vocale graffiante ed incisivo… impossibile non paragonarlo, come resa e come potenza, a personaggi quali Jørn Lande o Russel Allen. Ogni canzone dei due album è un capitolo della storia. Una storia come tante, composta da personaggi come tanti, con sentimenti come tanti. Ma non sono forse i sentimenti ad essere unici, immensi, nel nostro piccolo mondo individuale? E’ questo il vero fattore artistico: la capacità di espandere quei microscopici e comuni sentimenti in qualcosa di maestoso, eroico, profondo e musicalmente esplosivo. Ogni canzone offre emozioni diverse: il rock metal di “Battlefield” evolve in intensa melodia. Inquietante e liturgica “The Fall”, un crescendo cinematografico che accompagna verso e attraverso il racconto. Prog metal pieno di libertà artistiche con “Hell”, mentre “Oath” si scatena, diventa furiosa, quasi epica. Struggente “Drop Of Rain”, una canzone dove l’interpretazione del vocalist raggiunge livelli superiori. Ricca di passione, esplosiva ed elettrizzante “Scared”. La seconda parte, il disco più recente, inizia subito con una atmosfera tetra, quasi funerea: “Court” è melodia immensa, dove una chitarra rivela sentimenti mentre le linee di basso emettono energia e calore. “A House Divided” e “Sea Of Pain” mettono a nudo le debolezze umane, quei bivi che lasciano insignificante l’universo ma che sono immensi, insormontabili per il piccolo essere umano. Su “Banquet” adoro sentire quelle linee di tastiera e piano che si inerpicano attorno a vette costruite da ritmiche poderose rese contorte da basso e batteria. Irresistibile, travolgente, letale “Chasm”, un pezzo esplosivo che precede l’immenso rimorso, l’infinita disperazione di “Solution”. E finalmente l’epilogo dell’opera, il capitolo finale della vicenda, un lavoro di quasi tredici minuti, una suite prog metal di una intensità atmosferica sconvolgente che rivela tutto, che demolisce sogni, mette a nudo realtà, distrugge pensieri, riporta a terra, riporta verso una realtà lacerante, una condanna ad una eternità senza pace, senza amore, dove i sentimenti più puri sono destinati a perdere la pietà, il rispetto… per diventare violenza, odio, per esaltare il lato più evidente del pensiero umano, dell’essere umano. Dark Ages è una band superlativa. Immensa. Non ha nulla da invidiare -se non la fama- agli act noti nel genere. Posso giurare che con “Teumman” si apre un varco che porta verso un infinito sonoro dal quale sarà difficile -e certamente non attraente- far ritorno, per tornare alla crudele realtà sonora, a quei silenzi patetici, a tutti quei suoni ovvi, a tutte quelle teorie musicali troppo comuni che ci circondano, di avvolgono, nascondendoci livelli di arte più profonda.

(Luca Zakk) Voto: 9/10Recensione della webzine MetalHead.it a cura di Luca Zakk

(Defox Records/Heart Of Steel Records) A volte credo sia strano cercare alcune direzioni, determinate strade, certe ispirazioni laggiù, verso l’orizzonte, lontano. Specialmente quando le direzioni, le strade, i sentieri che cerco sono sotto casa, forse dietro casa, maledettamente e assurdamente vicini. Di questi cinque formidabili musicisti ho incontrato la tastierista: ricordo arrivò alle nostre spalle, senza un rumore, senza un respiro e la persona che poi ci ha presentato, con una espressione enigmatica in volto, percepì un alone di oscurità, di ombra. Un’ombra che successivamente mi ha portato ad immergermi in questo sublime capolavoro artistico, il quale mi invita a conoscere -con imperdonabile ritardo- questa opera musicale composta da due capitoli, da due atti, entrambi ricchi di energia, tecnica, poesia, teatralità estremamente coinvolgente. Si tratta di un concept album (io adoro i concept!) ambientato in una antica Mesopotamia, dove guerra e sangue, amore e odio, giustizia e vendetta, demoni e dei convergono in un unico racconto, pieno di messaggi, pieno di sentimenti, ricco di bivi e decisioni maledettamente umane, così universalmente insignificanti, ma così … umanamente determinanti ed irreversibili. Ma non sono le vie della Mesopotamia le direzioni e le strade lontane: vedete, l’ascoltatore cerca emozione, divagazioni prog, strumenti amati prima che suonati, strutture complesse, storie annegate dentro perversi twist di concept album complessi… e solitamente si lascia andare verso nomi supremi come Avantasia o Ayreon. Qualche progetto di Tolkki. Dream Theater. Trans-Siberian Orchestra. Tutti grandi, tutti, immensi… tutti lontani. Lontanissimi. Sono i Dark Ages ad essere vicini, ad essere Italiani! Sono la band fuori dall’uscio che varchiamo in ogni decadente giorno della nostra vita. Sono qui fori. Forse li incrociamo ogni giorno. O semplicemente li incontriamo ad eventi pubblici, in maniera totalmente casuale… e ce ne accorgiamo forse solo per quell’alone dark, per quella profonda ricchezza filosofica che viene sapientemente riversata in una opera come questi due album, come questa ora e quaranta di musica. Tecnica sublime. Ricchezza musicale intensa. Arrangiamenti intelligenti. Ogni singolo strumento suonato con maestria e calore: basso senza limiti. Tastiere e piano forti che catturano la mente. Chitarre poderose, virtuose, fantasiose. Drumming costellato da piccolissimi dettagli che innalzano la struttura della canzone, dei cambi, delle progressioni a livelli sublimi. Ed infine un vocalist poderoso, con un timbro vocale graffiante ed incisivo… impossibile non paragonarlo, come resa e come potenza, a personaggi quali Jørn Lande o Russel Allen. Ogni canzone dei due album è un capitolo della storia. Una storia come tante, composta da personaggi come tanti, con sentimenti come tanti. Ma non sono forse i sentimenti ad essere unici, immensi, nel nostro piccolo mondo individuale? E’ questo il vero fattore artistico: la capacità di espandere quei microscopici e comuni sentimenti in qualcosa di maestoso, eroico, profondo e musicalmente esplosivo. Ogni canzone offre emozioni diverse: il rock metal di “Battlefield” evolve in intensa melodia. Inquietante e liturgica “The Fall”, un crescendo cinematografico che accompagna verso e attraverso il racconto. Prog metal pieno di libertà artistiche con “Hell”, mentre “Oath” si scatena, diventa furiosa, quasi epica. Struggente “Drop Of Rain”, una canzone dove l’interpretazione del vocalist raggiunge livelli superiori. Ricca di passione, esplosiva ed elettrizzante “Scared”. La seconda parte, il disco più recente, inizia subito con una atmosfera tetra, quasi funerea: “Court” è melodia immensa, dove una chitarra rivela sentimenti mentre le linee di basso emettono energia e calore. “A House Divided” e “Sea Of Pain” mettono a nudo le debolezze umane, quei bivi che lasciano insignificante l’universo ma che sono immensi, insormontabili per il piccolo essere umano. Su “Banquet” adoro sentire quelle linee di tastiera e piano che si inerpicano attorno a vette costruite da ritmiche poderose rese contorte da basso e batteria. Irresistibile, travolgente, letale “Chasm”, un pezzo esplosivo che precede l’immenso rimorso, l’infinita disperazione di “Solution”. E finalmente l’epilogo dell’opera, il capitolo finale della vicenda, un lavoro di quasi tredici minuti, una suite prog metal di una intensità atmosferica sconvolgente che rivela tutto, che demolisce sogni, mette a nudo realtà, distrugge pensieri, riporta a terra, riporta verso una realtà lacerante, una condanna ad una eternità senza pace, senza amore, dove i sentimenti più puri sono destinati a perdere la pietà, il rispetto… per diventare violenza, odio, per esaltare il lato più evidente del pensiero umano, dell’essere umano. Dark Ages è una band superlativa. Immensa. Non ha nulla da invidiare -se non la fama- agli act noti nel genere. Posso giurare che con “Teumman” si apre un varco che porta verso un infinito sonoro dal quale sarà difficile -e certamente non attraente- far ritorno, per tornare alla crudele realtà sonora, a quei silenzi patetici, a tutti quei suoni ovvi, a tutte quelle teorie musicali troppo comuni che ci circondano, di avvolgono, nascondendoci livelli di arte più profonda.

(Luca Zakk) Voto: 9/10